Se il rientro anticipato in Italia dopo una espulsione non viene contestato subito, e questo impedisce di usufruire di una sanatoria, allora tale circostanza non può comportare l’annullamento del permesso di soggiorno

TAR Lombardia, sezione Brescia, sent. n. 626/2014 del 28/05/2014

La ricorrente ha presentato la prima domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro domestico assistenziale in data 9 dicembre 2007, ottenendo un permesso di soggiorno scadente l’1 settembre 2009.

In sede di rinnovo del titolo scaduto è emerso un fotosegnalamento a carico della stessa, in quanto destinataria di un decreto di espulsione amministrativa emesso il 21 febbraio 2002 e di uno precedente, risalente al 16 maggio 2001. Entrambi i provvedimenti sono stati emessi prima della novella normativa che ha modificato il periodo di interdizione dall’ingresso in area Schengen estendendolo a dieci anni, contro gli originari cinque, per cui l’ingresso della ricorrente in Italia il 9 dicembre 2007 doveva ritenersi legittimo.

La Questura ha confermato l’annullamento del permesso di soggiorno del 2007 e il diniego del suo rinnovo, considerato che i decreti di espulsione adottati nei confronti dell’odierna ricorrente (ancorché indicata con il diverso nominativo allora dichiarato) prevedevano espressamente il divieto di rientrare nel territorio italiano “prima che siano decorsi cinque anni dalla data del suo effettivo allontanamento dallo Stato”. Nel caso di specie la ricorrente è stata individuata nell’area partenze dell’aeroporto di Verona, in procinto di fare ritorno in Moldavia, il giorno 15 agosto 2007. La Questura ha, dunque, presunto che, fino a tale data, la ricorrente si sia trattenuta sul territorio nazionale e, conseguentemente, al suo ritorno in Italia in data 9 dicembre 2007, il quinquennio di allontanamento era ben lungi dall’essere decorso.
È pur vero che è incontestato che il 15 agosto 2007 la ricorrente fosse presente sul territorio nazionale, ma non è dato sapere da quanto tempo la stessa fosse rientrata in Italia.97

Considerato, quindi, che la stessa ha effettivamente violato il divieto di rientro anticipato, ma non è possibile dimostrare che la straniera, anche se con un rientro, non abbia rispettato il periodo complessivo di obbligo di allontanamento e che, comunque, una tempestiva contestazione dell’illegittimità della presenza in Italia avrebbe consentito alla medesima di avvalersi della sanatoria 2009, il ricorso può essere accolto.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 92 del 2012, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
Tatiana Cotea, rappresentata e difesa dall’avv. Massimo Gilardoni, con domicilio eletto in Brescia presso lo studio dello stesso, via Vittorio Emanuele II, 109;

contro

Questura di Brescia, rappresentata e difesa per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Brescia e domiciliata in Brescia, via S. Caterina, 6;

per l’annullamento

del decreto AII/Imm/2011/2sez/cp del 7/7/2011, di annullamento del permesso di soggiorno, e rigetto della domanda di rinnovo, nonchè di ogni altro atto connesso.

 

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della Questura di Brescia;

Viste le memorie difensive;

Vista l’ordinanza del Consiglio di Stato n. 3564/2012;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 28 maggio 2014 la dott.ssa Mara Bertagnolli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

La ricorrente ha presentato la prima domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro domestico assistenziale in data 9 dicembre 2007, ottenendo un permesso di soggiorno scadente l’1 settembre 2009.

In sede di rinnovo del titolo scaduto è emerso un foto segnalamento a carico della stessa, in quanto destinataria di un decreto di espulsione amministrativa emesso il 21 febbraio 2002 (Prefettura di Verona) e di uno precedente, risalente al 16 maggio 2001 (Prefettura di Bologna). Entrambi i provvedimenti sono stati emessi prima della novella normativa che ha modificato il periodo di interdizione dall’ingresso in area Schengen estendendolo a dieci anni, contro gli originari cinque, per cui l’ingresso della ricorrente in Italia il 9 dicembre 2007 doveva ritenersi legittimo.

Ne risulterebbero violati l’art. 13, comma 14 del TU Immigrazione e l’art. 1 ter della legge 102/2009, essendo stata preclusa alla ricorrente la possibilità di accedere alla sanatoria per colf e badanti (circostanza ritenuta illegittima nella sentenza Cons. Stato, III, ord. 6 maggio 2011, n. 1939).

Inoltre, le conseguenze dei provvedimenti di espulsione sarebbero venute meno a seguito dell’entrata in vigore della legge 129/2011, che, in attuazione della direttiva 115/2008, in vigore dal 24 dicembre 2010, ha nuovamente ridotto il periodo di divieto di reingresso in Italia.

Con ordinanza n. 102/2012 è stata accolta l’istanza cautelare e disposto il riesame della domanda alla stregua di quanto delineato nel ricorso.

In esito al riesame così ordinato, la Questura ha confermato l’annullamento del permesso di soggiorno del 2007 e il diniego del suo rinnovo, considerato che i decreti di espulsione adottati nei confronti dell’odierna ricorrente (ancorché indicata con il diverso nominativo allora dichiarato) prevedevano espressamente il divieto di rientrare nel territorio italiano “prima che siano decorsi cinque anni dalla data del suo effettivo allontanamento dallo Stato”. Nel caso di specie la ricorrente è stata individuata nell’area partenze dell’aeroporto di Verona, in procinto di fare ritorno in Moldavia, il giorno 15 agosto 2007. La Questura ha, dunque, presunto che, fino a tale data, la ricorrente si sia trattenuta sul territorio nazionale e, conseguentemente, al suo ritorno in Italia in data 9 dicembre 2007, il quinquennio di allontanamento era ben lungi dall’essere decorso.

A seguito della notifica di tale provvedimento, la ricorrente ha presentato motivi aggiunti, evidenziando come il passaporto della ricorrente riporti l’uscita dall’Italia della stessa in data 23 novembre 2002, senza peraltro specificare quando la stessa sia rientrata in Italia: fatto, questo, sicuramente intervenuto prima di agosto 2007, dal momento che la ricorrente stava facendo rientro al proprio Paese in data 15 agosto 2007.

Parte ricorrente invoca, dunque, l’affidamento ingenerato nella ricorrente al rilascio del permesso di soggiorno nel 2007.

A seguito della nuova istanza cautelare, questo Tribunale ha escluso la sussistenza di sufficienti elementi di fumus boni iuris tali da giustificare la sospensione del nuovo provvedimento adottato.

Avverso tale ordinanza è stato proposto appello al Consiglio di Stato, il quale ha accolto l’appello stesso “considerato che appare carente la valutazione dei presupposti ai fini dell’annullamento in autotutela, e che, ai fini del rinnovo, al momento del rientro nel territorio nazionale risultavano trascorsi i cinque anni di durata del divieto di ingresso (decorrenti dall’uscita in esecuzione dell’ultima espulsione della ricorrente)”.

Alla pubblica udienza del 28 maggio 2014, la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

L’accoglimento della domanda cautelare da parte del Consiglio di Stato si fonda sul presupposto di fatto dell’avvenuto decorso del quinquennio dall’allontanamento dal territorio nazionale della straniera. Tale allontanamento sarebbe intervenuto, come documentato dalla ricorrente nei motivi aggiunti depositati il 28 maggio 2012, il 23 novembre 2002.

Quando la ricorrente è formalmente rientrata in Italia, il 9 dicembre 2007, i cinque anni prescritti erano, dunque, secondo la tesi di parte ricorrente e secondo il Consiglio di Stato, decorsi.

È pur vero che è incontestato che il 15 agosto 2007 la ricorrente fosse presente sul territorio nazionale, ma non è dato sapere da quanto tempo la stessa fosse rientrata in Italia.

Considerato, quindi, che la stessa ha effettivamente violato il divieto di rientro anticipato, ma non è possibile dimostrare che la straniera, anche se con un rientro, non abbia rispettato il periodo complessivo di obbligo di allontanamento e che, comunque, una tempestiva contestazione dell’illegittimità della presenza in Italia avrebbe consentito alla medesima di avvalersi della sanatoria 2009, il ricorso può essere accolto.

Le spese del giudizio possono trovare compensazione tra le parti in causa, attesa la particolarità della materia in cui si controverte.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla gli atti impugnati con il ricorso introduttivo e con il successivo ricorso per motivi aggiunti.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 28 maggio 2014 con l’intervento dei magistrati:

Giorgio Calderoni, Presidente

Stefano Tenca, Consigliere

Mara Bertagnolli, Consigliere, Estensore

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 10/06/2014

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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